GLI AFFETTI NELLA TEORIA PSICOANALITICA

 J. Sandler – 1972

Nella prima concezione di Freud l’affetto aveva un ruolo centrale che si collegava al trauma e alla produzione dei sintomi (teoria traumatogenetica), poi con il passaggio alla teoria topica essi vennero relativamente trascurati fintanto che Freud cambio il modello concettuale introducendo la teoria strutturale e l’importanza degli affetti come regolatori della vita psichica venne ripristinata. In questo articolo Sandler considera fondamentale il ruolo dei sentimenti consci ed inconsci nel funzionamento psicologico in relazione allo sviluppo dei disturbi somatici (dando al termine “affetti” un senso ampio, per poi poterli distinguerli dai sentimenti).

Egli parte dal lavoro del 1953 in cui Rapaport (“La teoria psicoanalitica degli affetti” inserito nell’opera “Il modello concettuale della psicoanalisi”) suddivide lo sviluppo della psicoanalisi in tre fasi principali: nella prima di queste, Freud impressionato dalle lezioni di Charcot che aveva seguito per alcuni mesi alla Salpêtrière di Parigi, giunse alla conclusione che i sintomi dei pazienti potevano essere considerati come un’irruzione deformata di cariche affettive che erano state dissociate dalla coscienza e rimosse e diversamente la Charcot considerava questa dissociazione un attivo processo di difesa che rappresenta un elemento comune sia ai pazienti nevrotici, non meno che nelle persone normali. I sintomi comparivano quando l’energia affettiva, a causa di esperienze traumatiche, era troppo grande per essere assorbita per vie normali ed era costretta a cercare un’espressione indiretta, in quanto i ricordi associati a questi affetti non erano compatibili con le norme morali accettate dal paziente. I ricordi rimossi non erano più sotto il controllo volontario e trovavano un’espressione mascherata attraverso la “conversione” in sintomi isterici e, al pari delle psiconevrosi, rappresenta un modo in cui l’affetto, che era stato provocato da un trauma, poteva “essere scaricato”. È bene sottolineare che in questa fase, concependo l’affetto come un’energia, Freud riteneva che i sintomi psiconevrotici fossero una conseguenza della necessità della psiche di liberarsi di quantità troppo grandi di tali energia affettiva al fine di ristabilire uno stato di “costanza”. Dal punto di vista terapeutico lo scopo era rappresentato dalla necessità di scaricare questi affetti riportando alla luce tali ricordi al fine di ottenere un’abreazione catartica di essi, assimilando nella coscienza i contenuti precedentemente rimossi. Se l’affetto poteva essere padroneggiato mediante la “scarica” non si sarebbe prodotta nessuna patologia. Durante questa fase Freud pensava che l’energia affettiva fosse prevalentemente attivata in risposta ad una stimolazione esterna, anche se egli non escludeva la possibilità che cariche affettive fossero prodotte dai bisogni interni dell’individuo. Una carica di energia di intensità anormale poteva essere la conseguenza di un primissimo trauma sessuale, o derivare da una reazione affettiva (disgusto, angoscia colpa, ecc.) al riattivarsi di precoci ricordi sessuali.

La seconda fase durò fino alla stesura dell’Io e l’Es (1922) e Freud, rendendosi conto che i ricordi che emergevano nel corso del suo lavoro con i pazienti isterici, spesso non erano ricordi reali, ma piuttosto ricordi di precedenti fantasie, sposta l’accento dalle esperienze traumatiche reali ai moti pulsionali che sorgono dall’interno. Egli dedicò un’attenzione particolare all’analisi dei propri sogni e a quella dei sogni dei suoi pazienti, e si convinse che l’analisi dei sogni fosse il mezzo più utile per condurre l’indagine analitica. Lo schema concettuale che si delineò è conosciuto come il modello topico dell’apparato psichico. Le pulsioni vennero considerate come il punto di origine di una vasta gamma di desideri sessuali (e più tardi anche aggressivi) sia nell’infanzia che nell’età adulta. Se nella prima fase Freud aveva concentrato l’attenzione sull’adattamento agli eventi esterni, in questa seconda fase la psicoanalisi diventa una psicologia pulsionale e i suoi interessi si spostano sulle modalità di adattamento dell’individuo alle forze interne. Freud elaborò due tipi fondamentali di inconscio: il sistema Inconscio viene concepito come il serbatoio dei desideri pulsionali che se emergessero potrebbero costituire una minaccia per la coscienza. La loro tendenza li sospinge ad ottenere la scarica, ma essi possono raggiungere la coscienza e la motilità soltanto in forma mascherata e censurata. Il secondo tipo di inconscio era quello proprio al sistema Preconscio che viene concepito come un contenitore di pensieri e ricordi contro cui non viene messa in atto alcuna difesa in quanto possono entrare nella coscienza abbastanza liberamente. I contenuti del Preconscio erano utilizzati dai desideri pulsionali per mascherarsi nel loro cammino dalla profondità alla superficie. Per Freud il sistema Inconscio è caratterizzato da un modo primitivo di funzionamento, definito processo primario, dove sono assenti le relazioni logiche e formali tra i suoi elementi e per i suoi contenuti valgono le regole di associazione primitiva. Pulsioni e desideri dell’Inconscio funzionano secondo il principio di piacere, per cui essi cercano la scarica e la liberazione da ogni stato di tensione. Diversamente nel sistema Preconscio e Conscio predomina il processo secondario, cioè la logica, la ragione, la conoscenza della realtà esterna e i modelli e gli ideali consci. Nel loro modo di funzionare seguono il principio di realtà, cioè la capacità di tener conto delle informazioni derivanti dall’attività di anticipazione e di previsione.

Nel 1914 Freud introdusse il concetto di narcisismo per chiarire la questione della relazione dell’individuo con gli oggetti amati e con sé stesso, e della formazione degli ideali a partire dai modelli proposto dai genitori, introducendo la nozione di ideale dell’Io che anticipa il successivo concetto di Super-Io. C’è da osservare che nelle sue formulazioni parlando dell’amore oggettuale e dell’amore per il Sé, Freud fa costante riferimento ai sentimenti dell’individuo, ma nelle sue enunciazioni teoriche si mantiene fedele alla nozione di distribuzione dell’“energia libidica” così come la aveva esposta durante la prima fase, anche se ora è considerata un’energia pulsionale piuttosto che non una “carica” di affetto. Le idee e I sentimenti, come pure le tensioni affettive che si esprimono nel soma, sono concepiti essenzialmente come derivati pulsionali. Gli affetti non sono più considerati i principali fattori motivanti del comportamento, ma piuttosto manifestazioni secondarie e superficiali degli impulsi pulsionali che cercano di farsi strada dal sistema Inconscio. L’angoscia è concepita come “libido” trasformata e con il principio di piacere (o piacere-dispiacere) Freud si riferisce al fatto che l’apparato psichico si attiva derivando la sua energia dai moti pulsionali e lo scopo è rappresentato dalla riduzione della tensione pulsionale.

In questa fase gli affetti vengono relativamente trascurati e nel modello di questo periodo si fa maggior riferimento alle tensioni energetiche. Per esempio, “amare” è inteso come l’investimento di una carica di libido e I sentimenti vengono spiegati in termini di vicissitudini delle cariche di energia libidica.

Con “L’Io e l’Es” Freud introduce la terza fase della psicoanalisi definita dalla teoria strutturale dell’apparato psichico al fine di risolvere alcune incongruenze che si erano rese evidenti nella concezione precedente, in particolare per spiegare il senso di colpa inconscio poiché l’inconscio non attiene solo ai contenuti rimossi, ma sono pure inconsce porzioni sia dell’Io che del Super-Io. Nella teoria strutturale Freud propose un modello tripartitico dell’apparato psichico, suddiviso nelle fondamentali strutture dell’Es, dell’Io e del Super-Io. Approssimativamente l’Es corrisponde all’Inconscio della seconda fase ed è concepito come un’area che contiene I moti pulsionali primitivi, dominata dal principio di piacere e funzionante secondo il processo primario. Nel corso dello sviluppo, sotto l’influsso dell’interazione del bambino con il mondo esterno, una parte dell’Es diviene l’Io con la funzione di raggiungere il miglior adattamento possibile alle richieste dell’Es e della realtà, acquisendo la capacità di ritardare e di controllare la “scarica” pulsionale, anche attraverso l’impiego delle difese psichiche. Il Super-Io viene concepito da Freud come l’erede del complesso edipico ed è il veicolo della coscienza morale e degli ideali dell’individuo, operando perlopiù in maniera inconscia. Il cambio di paradigma porta Freud a concepire l’angoscia non più come la manifestazione nella coscienza di un desiderio pulsionale minaccioso, ma ora viene considerata come un segnale affettivo che segnala l’imminenza di una situazione di pericolo e il rischio che l’Io ne venga sopraffatto. L’Io viene ora concepito come un apparato che deve risolvere I problemi e che dispone di energie sue proprie (gli apparati di autonomia primaria di Hartmann).

Pur modificando l’impostazione, Freud non introdusse alcuna distinzione fra gli aspetti somatici dell’affetto, considerati ancora come derivati pulsionali, e i sentimenti ad essi associati. L’Io funzionava con energia “desessualizzata” che aveva origine nell’Es e il principio regolatore non era ancora assegnato agli affetti, traendo ancora le sue forme dalle vicissitudini delle pulsioni. Sostenendo tuttavia che l’angoscia poteva nascere come risposta ai pericoli esistenti nel mondo reale, Freud fece un passo verso una prima distinzione tra affetti e pulsioni, riconoscendo che l’angoscia, in quanto sentimento non cosciente, poteva attivare il comportamento adattivo e difensivo dell’Io.

Sandler traccia a questo punto le linee fondamentali di una teoria degli affetti sostenendo per prima cosa l’ipotesi di un apparato psichico, inteso come un’organizzazione psicologica sufficientemente stabile che può essere posta sullo stesso piano dei concetti fisiologici di sistemi cardiovascolare, nervoso, digestivo e simili che influenza ed è influenzato dagli altri sistemi. Egli sostiene che la nozione di un apparato psichico presuppone l’attività di “strutture” psicologiche con un lento ritmo di cambiamento le quali determinano il comportamento, precisando che la psicologia psicoanalitica non si interessa solo del comportamento in quanto espressione di strutture e funzioni psicologiche, ma studia anche l’esperienza soggettiva. L’apparato psichico viene considerato relativamente semplice all’inizio della vita e il suo scopo è quello di favorire l’adattamento psicologico nelle varie condizioni e nei contesti che l’individuo si trova ad affrontare, per mantenere uno “stato stabile” di fronte alle continue alterazioni provenienti sia dall’interno che dall’esterno di esso. A loro volta I processi di adattamento producono cambiamenti nella struttura e nel modo di funzionare dell’apparato psichico (Sandler precisa che l’adattamento non debba essere considerato esclusivamente all’ambiente sociale e dal punto di vista psicoanalitico anche il comportamento più autodistruttivo può essere considerato come il risultato di un tentato adattamento psicologico).

La funzione principale dell’apparato psichico è l’adattamento a tutte le afferenze provenienti dall’interno del corpo e dall’esterno, oltre che alle forze che si producono all’interno dell’apparato. Sandler riconosce, ai fini dell’adattamento, l’importanza cruciale degli affetti e in particolar modo dei sentimenti. Egli tiene a differenziare gli aspetti somatici legati all’emozione, ai quali si accompagnano peculiari stati fisiologici, dai sentimenti che accompagnano i processi fisiologici. I cambiamenti di origine neuroumorale e metabolici, comunemente noti come emozioni, si attivano come risultato dell’alterazione omeostatica e possiamo considerarle come delle risposte somatiche su base biologica la cui funzione è di preparare l’organismo alla “fuga” o alla “lotta”. Benché i fattori maturativi e fisici abbiano un ruolo importante nello sviluppo dell’apparato psichico, le sole informazioni possibili a sua disposizione sono quelle di natura esperienziale e il progressivo controllo del bambino su sé stesso e sul mondo esterno dipende interamente dai contenuti dell’esperienza. Per quanto tali contenuti siano rudimentali all’inizio, le sensazioni, i sentimenti, le immagini e le idee, di cui il bambino fa progressivamente esperienza, vanno gradualmente differenziandosi man mano che egli costruisce il suo mondo rappresentazionale. Sandler sottolinea che per quanto gli eventi fisici possano dar origine a vari tipi di esperienza soggettiva la possibilità che l’apparato ha di “conoscere” è limitata ai contenuti dell’esperienza soggettiva. Ciò vale anche per quanto riguarda il “mondo reale” , che non è mai conosciuto in sé stesso, ma solo attraverso le rappresentazioni esperienziali. Ne consegue che il controllo della realtà è in sostanza il controllo dell’esperienza soggettiva che noi presumiamo essere una rappresentazione di quella realtà. Si può così affermare che la funzione dell’apparato psichico è quella di far fronte ai cambiamenti che si verificano nell’ambito dell’esperienza, di padroneggiare i contenuti psichici, sia che essi abbiano origine dalla percezione, dalla memoria, dall’immaginazione o da qualsiasi altra fonte.

Affinché sia possibile valutare il contenuto esperienziale, è necessario che esso acquisti valore e significato; significato e valore sono in stretto rapporto con i sentimenti, anche quando questi siano limitati a tracce debolissime, cioè a sentimenti-segnale di un tipo o dell’altro. Il comportamento del bambino e il funzionamento dell’apparato psichico sono guidati dai sentimenti e dai sentimenti-segnale che “colorano” l’esperienza. La necessità di mantenere un sufficiente livello di sentimento di sicurezza assume un’importanza fondamentale e di conseguenza anche attività e comportamenti, come per esempio i sintomi psicotici o nevrotici, per quanto possano apparire disadattivi, sono in realtà adattivi in quanto mirano a restaurare un livello minimo di sentimenti di sicurezza.

Sandler fa un’importante affermazione sostenendo che la funzione dell’apparato psichico è quella di mantenere l’omeostasi dei sentimenti (di sicurezza e di benessere), che va di pari passo con la conservazione dell’omeostasi corporea.

Benché di norma l’apparato psichico e gli apparati fisici funzionino parallelamente, esiste tuttavia la possibilità che si verifichi una disarmonia fra le due regolazioni. Può succedere che un conflitto psicologico possa indurre l’apparato psichico a trovare una soluzione adattativa che ristabilisca un sentimento di sicurezza ma che, allo stesso tempo tale soluzione interferisca con i normali processi di regolazione fisiologica e che ne impedisca la scarica. Per esempio, dice Sandler, l’apparato psichico di una persona in preda ad un’inconscia reazione di rabbia può bloccare, a causa dei sentimenti di colpa che ne sono associati, le attività che ristabilirebbero l’omeostasi fisiologica. Il corpo può pertanto rimanere in uno stato cronico di squilibrio fisiologico in conseguenza dell’attività difensiva svolta dall’apparato psichico. La persona può consciamente sentirsi bene ma, per esempio, avere un’elevata pressione del sangue o altra alterazioni, per cui, detto in altri termini, a causa del senso di colpa o dell’angoscia, l’apparato psichico può trovare una soluzione che ristabilisce l’omeostasi dei sentimenti a spese dell’adattamento fisiologico. Questa è una possibile causa dello sviluppo di alcune forme di malattia psicosomatica.

Sandler conclude l’articolo affermando che la spinta motivazionale fondamentale, dal punto di vista dell’apparato psichico, proviene dai cambiamenti che si verificano nei sentimenti.

In questo modo egli taglia il “cordone ombelicale” concettuale che lega pulsioni e sentimenti e riconosce a questi ultimi un ruolo centrale nella psicologia psicoanalitica.

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